"Wo Es War, soll Ich werden"
Sigmund Freud
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Regia:Michael Haneke Sceneggiatura: Michael Haneke Cast: Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Joseph Bierbichler Fotografia: Christian Berger Montaggio: Monika Willi Produzione: X-Filme Creative Pool, Les Films du Losange, Wega Film Distribuzione: Lucky Red Paese: Austria, Germania, Francia 2009 Uscita Cinema: 30/10/2009 Genere: Drammatico Durata: 145 Min Formato: B/N
Un villaggio protestante della Germania del Nord. 1913/1914. Alla vigilia della prima guerra mondiale. La storia dei bambini e degli adolescenti di un coro diretto dal maestro del villaggio, le loro famiglie: il barone, l’intendente, il pastore, il medico, la levatrice, i contadini. Si verificano strani avvenimenti che prendono un poco alla volta l’aspetto di un rituale punitivo. Cosa si nasconde dietro tutto ciò?
Haneke è noto per il suo perfezionismo, al limite del maniacale, nel cesellare opere cinematografiche di grande spessore e profondità, ma sempre improntate ad una ricerca che potremmo definire psicosociale (se non antropologico-filosofica) sulle origini del MALE, visto come categoria kantianamente intrinseca all’UMANO. Anche in questo “Il nastro bianco” il regista austriaco non si smentisce, nella creazione di un prodotto gelido, fotografato in un bianco e nero che sa di mortifero e al contempo di reale. Il “Reale” inteso in senso strettamente lacaniano però, cioè il contrario simmetrico dell’ “Immaginario”. Non siamo infatti di fronte a cinema d’intrattenimento. Siamo lontani mille miglia dall’esperimento dei fratelli Lumiere del 1898. Siamo nella realtà cruda della ricostruzione storica ai confini col documentaristico, che ci spiega qual è la “preistoria del Nazismo”. “Il nastro Bianco” appare fin dalle prime sequenze come un film espiatorio, una autoriflessione senza sconti da parte di un “pronipote”, circa le atrocità commesse dai suoi avi, colpe imperdonabili che il pronipote stesso si sente comunque ancora gravare sulle sue fragili spalle. Si tratta perciò di un film che commuove e fa soffrire innanzitutto attraverso l’uso di uno script dall’architettura perfetta, quasi neoclassica potremmo dire, la cui estetica tuttavia veicola un messaggio drammaticamente pessimista. Il MALE è nell’uomo, costituisce la materia prima del suo tessuto vitale, del suo stesso DNA. Come vogliamo chiamarlo:”istinto di morte” (Melanie Klein)?; “pulsione di morte” (S.Freud)? “Distruttività umana” (E. Fromm)? Fa lo stesso. L’assenza di speranza è in questo senso forse l’unica obiezione che può essere mossa ad un regista cui non ha mai fatto difetto la coerenza nell’approfondire questo difficile tema. Non possiamo infatti dimenticarci per esempio il suo “Funny Games” (1997, e 2007 nel remake statunitense dello stesso regista), oppure “Niente da nascondere” (2005), nei quali vengono trattati rispettivamente il tema della banalità del male e della morbosità ambigua e distruttiva della colpa. Ne “Il nastro bianco” è il TRAUMA ad essere indagato, l’essere-abusante dell’uomo sul più debole, sul bambino in particolare, e come si vede siamo sempre di fronte allo stesso tema, seppur declinato secondo altro versante ermeneutico. Dal punto di vista di chi scrive viene da chiedersi tuttavia se sia proprio vero che la SPERANZA non costituisca anch’essa una “categoria kantiana dell’Essere”, inscritta, così come il MALE, nel DNA dell’essere umano. Una Speranza come competenza psicobiologia della specie umana, tale da permettere di cogliere nell’Altro l’Individuo che è in noi. Domanda che mi piacerebbe porre ad Haneke, davanti a un bicchiere di buon vino rosso, in una sera d’inverno, guardando insieme il freddo e scuro orizzonte del Mare del Nord.
Il film ha vinto quest’anno (meritatamente) la Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes.

Secoli fa, i maya ci hanno lasciato il loro calendario con una chiara data di conclusione e tutto quello che implica questa scelta. Da allora, gli astrologi hanno analizzato questa profezia, i numerologi hanno trovato dei modelli che la annunciano, i geologi sostengono che è un evento atteso sulla Terra e anche gli scienziati governativi non possono negare il cataclisma di proporzioni cosmiche che attende il nostro pianeta nel 2012. Una profezia nata con i maya e che ora è stata ben delineata, discussa, messa in evidenza ed esaminata. Arrivati al 2012, non potremo negare di essere stati avvertiti.
La retorica familistica di cui è soffuso tutto il film, è come un gas tossico che infiltra la pellicola dall’inizio alla fine, mettendo in ombra anche quelle poche cose interessanti che lo rendono visionabile. Una di queste “poche cose” sono gli effetti speciali, assolutamente spettacolari e da vedere su uno schermo il più grande che trovate, nonché possibilmente in formato digitale 2K. Gli amanti del genere catastrofico andranno infatti in solluchero nel vedere come Emmerich deciderà di distruggere il mondo intero, senza andare per il sottile, evocando terremoti di magnitudo 9 e 10 Richter con aggiunta di tsunami multipli con onde alte 1520 metri. L’Everest sarà praticamente sommerso, e la scena del monaco tibetano che suona la campana del tempio prima di essere travolto dall’onda immane, è suggestiva. Emmerich infatti sembra muoversi entro uno script in cui egli stesso è presente come Dio biblico rabbioso e vendicativo, che rade al suolo la città di Pasadena in pochi secondi e inghiotte in un baratro Las Vegas. Un 10 e lode al reparto fiction, quindi. Ma appunto il gas tossico familistico-obamiano, cioè una retorica dei buoni sentimenti pacifistico-ambientalistici molto democratic style, affossa tutto il lavoro messo in piedi dalla squadra del nostro Roland, generando a tratti imbarazzo (credo) anche negli amanti più sfegatati del genere. Non manca sequenza in cui il tema dell’unità della famiglia non ci venga urlato addosso con modalità tra lo zuccheroso e il moralisticheggiante, e a un terzo del film tale messaggio annoia. Un film piuttosto deludente quindi, soprattutto dopo performance come “The Day After Tomorrow”, dove l’ambientalismo era un tema trattato con fervore decisamente meno biblico. Chiederei a Emmerich se c’era proprio bisogno che in “2012” usasse toni da predicatore, rasentando in alcuni punti anche il comico involontario. Da vedere comunque per essere aggiornati sui prodigi della tecnica effettistica, che ogni tanto serve a intrattenerci, a farci divertire, in una parola a liberare la mente.

La giovane e timida Angie Albright è una ragazza educata secondo le regole della religione cattolica, che inizia gli studi al college e abbandona la tranquillità famigliare per trasferirsi nella lontana cittadina dove ha sede l’Istituto. Il primo impatto con la scuola non è dei migliori, la compagna di camera è una tossica decisamente poco ospitale, e nel suo appartamento non c’è nemmeno un letto per dormire. Nel frattempo Angie comincia ad avere la sensazione di essere oggetto di “stalking” da parte di un individuo minaccioso che la pedina. Angie accetta un lavoro come babysitter presso i coniugi Stanton, una giovane coppia che vive in una fattoria isolata e necessita di qualcuno che tenga d’occhio il figlioletto Sam. Il bambino è taciturno e indossa perennemente un cappello da cowboy. Durante il suo primo giorno di lavoro presso la fattoria degli Stanton, Angie inizia a ricevere strane telefonate. Il minaccioso individuo responsabile dello “stalking”, armato di un lungo coltello, tenta di introdursi nel casolare: Angie deve così arrangiarsi nel tentativo disperato di salvare la sua vita e quella del piccolo Sam.


Film “horror” decisamente anomalo, questo “Sauna” di Anti-Jussi Annila, una specie di “horror-zen” imbottigliato sotto vuoto in soli 85 minuti di metraggio, proiettato all’indietro nel 1500, e decentrato geograficamente nelle lontane e desolate lande finniche. Secco, ma simultaneamente lento, dilatato e introspettivo attraverso modalità perfino bergmaniane. A rendere il tutto molto “nordik” è soprattutto la fotografia magistrale e ineccepibile di Henri Blomberg che illumina una natura ovviamente onnipresente ma sinistra, madre-matrigna sulla quale aleggia un pessimismo cosmico che sì infiltra nello spettatore proprio tramite la mortifera coloritura spenta e “bianca” delle luci. I due soldati fratelli, Knut ed Erik, si aggirano sui confini tra Svezia e Russia. Knut è un cartografo, Erik un capitano di cavalleria piuttosto nervoso e violento. Travestendo di religiosità furente ed ideologica la sua rabbia incontenibile, Erik uccide un contadino e segrega la giovane figlia in un pertugio sotterraneo. Fin qui normale amministrazione, su qualsiasi campo di battaglia cinquecentesco. Non fosse che il fantasma della ragazza ritorna sotto forme lamentose e vendicative a perseguitare Knut attraverso allucinazioni inquietanti. Poche apparizioni, in verità, ma girate con evocativa e perturbante maestria da Annila, che ci fa procedere verso una lenta ma inesorabile deriva metempsicosica: i due fratelli pagheranno fino in fondo i loro omicidii, possiamo dire propriamente uccisi a loro volta dalla colpa. Suicidio? Vendetta della ragazza morta? Non sappiamo. Il regista finlandese non vuole dircelo, e giustamente lascia tutto sospeso, polisemico, umbratile e volubile, come il fumo dei camini sopra i tetti di paglia delle case del villaggio. Tutto è “symbolum” in questo film, segno che parla d’Altro nel momento in cui si mostra a parlare di Sè. Chi ha costruito la “sauna” in mezzo ai boschi, una costruzione bianca, piatta, quasi il negativo del monolite nero di Kubrick? Che cos’è? La sua esistenza stimola la nostra pulsione a significare, ma ne evidenzia anche il limite, lo scarto continuo tra Cosa e non-Cosa. Cos’è (o chi è) il mostro senza occhi che al termine del film uccide la bambina che fugge nel bosco? E’ l’anima di Erik, la sua furia selvaggia? Non lo sappiamo. La “certezza” declina e si spegne in questo film, non prima di averci fatto sentire freddi brividi lungo la schiena. La sceneggiatura, di Liro Küttner , esalta la ricorsività ossessiva, coattiva del rimorso, sottolineando in ripetuti flash-back alcuni piani-sequenza esattamente uguali, come l’interno della casa del contadino ucciso. In sintesi una grande, profonda opera che spiazza e decentra la prospettiva dello spettatore, facendo ben sperare circa il futuro di un “nuovo horror finlandese” (da notare che “Sauna” ha vinto il prestigioso Méliès d’Argent al Festival Internazionale del Cinema Fantastico di Bruxelles. Per adesso lo si trova solo in DVD, con sottotitoli in inglese).



Rob Zombie, in questo film, cucina in un denso, indistinto brodo di bollitura i seguenti ingredienti: script, psicologie, caretterizzazione dei singoli personaggi, mitopoiesi originaria della saga di “Halloween”di John Carpenter, mito della festa di Halloween. E mescola il tutto in un unico brodo, che poi è il brodo primordiale, archetipico, del white-american way-of life, ma quello più viscido, provinciale, trash, fucking-talking, borderline, periferico, povero, degradato, pessimisticamente cormackmccartiano. Il risultato, quindi, non è un “buon bollito horror”, naturalmente: l’inconfondibile sapore dell’angoscia carpenter oriented si confonde con quello ispido e puntuto dello slasher più triviale e obsoleto, quello specifico del “trick’r treat”, con quello grasso del teen-horror-movie alla Michael Bay. Per cui non capisci più cosa stai mangiando. Tremendo. Assolutamente tremendo. I sapori, nel bollito, vanno separati all’origine, in modo tale che siano poi le nostre papille a fare una sintesi sul palato. Zombie la vuol far lui per noi, la sintesi, a priori (e chi glielo ha chiesto?), frullando tutto in un gran calderone. Frulla Michael Myers, sua sorella, il dottor Loomis, una spruzzatina di David Lynch, un leggero sentore felliniano-circense, l’underground-rock-band-culture, una strizzatina d’occhio (forse la più volgare di tutto il film) a “Psycho”, nell’oltremodo orrido finale: e ovviamente tutti questi distinti sapori si disperdono velocemente finendo tutti nel trita-spazzatura del lavabo (altro grande topos della grigia quotidianità white-american, molto cara al regista). In questo ha perfettamente ragione Elvezio Sciallis quando dice nella sua recensione che Rob Zombie vuole scimmiottare Ken Loach senza esserne capace. E perché poi lo fa? Il cinema di Loach genera distinzioni, fotografa in modo limpido una classe sociale, e così i suoi personaggi, facendoli diventare metafora viva. Quello di Zombie è invece un film indifferenziante. Un film per cui, come dice il proverbio, “di notte tutte le vacche sono bigie”, tutti i personaggi sono uguali; se avessi potuto dargli un sottotitolo lo avrei infatti intitolato così: “Halloween II- ovvero l’Indifferenziato”. La distinzione tra ispirazioni, personaggi, sogno, realtà, buoni, cattivi, scompare immediatamente, fuso e confuso come in un’acqua-madre primigenia, in un brodo di bollitura denso in cui affoga tutto, come nelle fauci-mente di una madre psicotica. Infatti il vero “nuovo personaggio” è appunto la madre, che è la vera assassina, perché è trapassata nell’inconscio di Laurie e lo ha soggiogato al suo volere, appunto psicoticamente. Questa mi sembra l’unica intuizione “psicoanalitica” interessante di tutto il film, che per il resto di “psicoanalitico” non ha niente (a parte il tema del cavallo, che ricorda forse “Il piccolo Hans”, ma è solo una mia personale associazione, che non credo Zombie condivida), Intuizione interessante, quella della madre-ispiratrice-di-violenza, che dà un’imprintig traumatico all’inconscio della figlia, facendola rinascere belva, da bambina quale era, idea che però si disperde anch’essa nel gorgo del piattume sociale rappresentato da Zombie. Un’idea molto interessante che Rob sembra aver ben chiara fin dalla citazione iniziale che accosta sogno e psicosi (citazione peraltro anch’essa molto vaga e confusa), e cui sembra tenere molto, intrecciandola col tema del sogno, su cui però Zombie getta anche in questo caso, e subito secchiate di fanghiglia putrida, di cascame socio-antropico cui non frega niente a nessuno, non elaborando affatto né sviluppando per niente il bellissimo tema del SOGNO (o dell’INCUBO).
Non si fa così.
IL SOGNO E’ UNA COSA SERIA. Così come il suo contrario simmetrico, cioè appunto


Kate e John, lei musicista, lui architetto, hanno due figli, Daniel, preadolescente e Max, bambina di 5 anni sorda dalla nascita. La tragica perdita di un terzo figlio molto desiderato, ma deceduto durante il parto, spinge la coppia ad adottare un bambino. Rimangono intensamente impressionati dalla piccola Esther, incontrata all'orfanotrofio della loro città gestito da un ordine religioso. Ma quando Esther, bambina di origini russe, si trasferisce a vivere nella sua nuova famiglia, comincia a manifestarsi una serie di eventi inspiegabili quanto misteriosi, tanto da portare Kate a credere che nella bimba ci sia qualcosa di malato, e che i suoi comportamenti all’apparenza educati e compiacenti nascondano in realtà qualcosa di terribile...
Dialoghi, psicologie e atmosfera: sono questi gli ingredienti base del nuovo film del regista spagnolo Collet-Serra (La maschera di cera, 2005), cucinati a fuoco lento attraverso la messa in scena di una sceneggiatura che pur presentando qualche buco logico e qualche incongruenza, riesce comunque a infiltrare buone e giuste dosi di angoscia nell’immaginario dello spettatore. Già nell’incipit Collet-Serra sembra volerci dire ‘guardate che faccio sul serio’, aprendo le danze con un incubo della protagonista nel quale alcuni sguardi taglienti delle infermiere della sala parto bastano a farci intuire che cosa ci sarà presentato nel rimanente minutaggio. Il clima che si respira nell’incubo d’apertura richiama infatti alla mente il sottile sadismo personificato dalla giovane protagonista di Audition (1999) di Miike, o suggestioni similari, non certo rassicuranti per chi guarda. E l’aspetto più pregevole del film è che il regista spagnolo mantiene la promessa iniziale nel corso di tutto lo svolgimento diegetico: l’obiettivo della macchina da presa si muoverà sempre agevolmente e morbidamente tra campi lunghi e lente zoomate all’indietro sconfinanti in soggettive che promuovono la nostra identificazione con il punto di vista predatorio e arcigno di Esther, la tremenda e inquietante bambina adottiva, una Isabelle Fuhrman che a soli 12 anni è capace di far ruotare un’intero script intorno alle sue intense performance attoriali. I movimenti di macchina sono poi impreziositi dalle luci algide di Jeff Cutter, director of photography in perfetta sintonia con il mood angosciante che Collet-Serra ci trasmette come in un crescendo, sequenza dopo sequenza. Tornando al cast, Vera Farmiga (Kate, la mamma), interpreta il personaggio con grande naturalezza, senza cadere nelle solite trappole di certe scene gridate e isteriche, cui questo genere di film può condurre; Cch Pounder veste con realismo e umanità i panni di suor Abigail, che si renderà colpevole di aver scoperto cose inopportune sul passato di Esther, e contribuirà così a risvegliare nella bambina il devastante spirito omicida che colorerà di sangue il resto del film. Anche la piccola Max (Aryana Engineer, bimba non-udente anche nella vita reale) rimarrà subito vittima delle diaboliche manipolazioni di Esther, rivelandosi come un personaggio-chiave nell’intreccio complessivo della storia. Non mancano poi alcune belle scene gore oriented, collocate in modo armonico nel corso della narrazione (molto apprezzabile nonché disturbante, per esempio, la lenta, morbosa sequenza del braccio di Esther incastrato nella morsa di ferro). Come si vede, e come dicevamo all’inizio, psicologie dei personaggi, atmosfere e dramma conflittuale nel gruppo familiare, sono il tessuto portante di questo film, che rimastica un genere peraltro trito e ritrito (quello del “bambino demoniaco”), ma lo fa offrendo un’idea finalmente originale, nell’orizzonte delle produzioni horror contemporanee. Idea che diventa vero ribaltamento spiazzante delle “normali” aspettative dello spettatore, mediante il notevole colpo di scena orchestrato dagli sceneggiatori nel pre-finale, un coup de théatre che si propone come soluzione piuttosto nuova. E che, soprattutto, rende assolutamente ridicole le polemiche innescate da alcune associazioni statunitensi per l’adozione, che hanno accusato il regista di razzismo nei confronti di bambini adottivi non americani. Forse un po’ troppo diluito il finale vero e proprio, che poteva essere risolto con una modalità espressiva più secca, cioè in linea con l’equilibrio strutturale di tutta l’architettura filmica precedentemente costruita. Data: 19 ottobre 2009

Papà è al telefono, mentre Alessandro corre tutt'intorno cantando canzonicine per bambini.
- Mamma:"...Ale, non cantare troppo forte, che papà è al telefono con un paziente...".
- Alessandro (guardando la mamma, pensieroso):"...e che paziente è, Berlusconi?".